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La Chrysos di Romano d’Ezzelino compie 30 anni

La Chrysos di Romano d’Ezzelino è stata fondata 30 anni fa da due fratelli Carlo e Francesco Bernardi in un locale di 100 metri quadrati. Ora l’azienda che produce catene ha 130 dipendenti ed è riuscita a superare gli anni di crisi. Grazie ad una semplice ricetta Innovazione e valigetta in mano per viaggiare e conoscere mercati.

«Ci siamo rivolti a tutti i mercati spiega Francesco Bernardi Bernardi – viaggiando molto e facendo fiere. Per noi l’export rappresenta oltre il 90 per cento del fatturato, anche se ci piacerebbe crescere un po’ in Italia, in numeri assoluti. Oggi esportiamo in 60 Paesi, soprattutto verso gli Usa e l’Estremo Oriente, ma cerchiamo di essere un po’ dappertutto. Bisogna andare a vedere quali sono i problemi nei posti in cui lavori, avere una buona conoscenza del cliente e del contesto competitivo in cui ci si muove, fare ricerca sui contenuti. Per questo è necessario andare in loco. Oggi, infatti, il bel prodotto deve esserci, ma da solo non basta, bisogna sapere cosa serve al mercato e anche essere forti nella vendita. Noi, infatti, al momento stiamo crescendo ogni anno e anche assumendo dipendenti, ma credo che dovremmo potenziare la parte commerciale. La supply chain cambierà e dobbiamo evolverci, per arrivare più a valle nella distribuzione Anche attraverso l’e-commerce che non abbiamo ancora, ma ormai non si può non farlo, fa parte della normalità».

10 anni fa l’azienda ha lanciato un proprio brand, “ Officina Bernardi “, che propone anche in un proprio monomarca in piazza San Marco a Venezia.

«È stato un passo importante che fa parte della nostra strategia di sviluppo. Lo stiamo spingendo soprattutto negli Usa, ma abbiamo anche il nostro punto vendita inaugurato a marzo in piazza San Marco. Per festeggiare i nostri 30 anni abbiamo portato a Venezia tutti i dipendenti, perché credo che la soddisfazione sia il primo stipendio per una persona e che il senso di appartenenza sia importante . Stiamo andando bene ma di problemi nel mercato ce ne sono. In primis la concorrenza dei nuovi produttori asiatici, che oltre a competere a prezzi molto più bassi stanno marchiando i prodotti che vendono in loco “made in Italy”. Questo significa che il nostro Paese ha potenzialità e che il marchio è interessante, ma chi controlla? Un’altra questione che si discute da anni sono i dazi verso gli Usa. Il Ttip non c’era nemmeno prima di Trump, perché se Obama avesse voluto avrebbe avuto il tempo di chiuderlo, come ha fatto il Canada col Ceta. Noi imprenditori siamo abituati a risolvere da soli i problemi, ma su questi non possiamo fare nulla, dovrebbe pensarci lo Stato».

chrisos romano

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