Paolo Parisi di Primolano scrive una lettera a Repubblica a Concita De Gregorio

Lettera di Paolo Parisi a Repubblica alla rubrica di Concita De Gregorio :Invece Concita Il Tema è l’emigrazione Di cosa parlate quando dite “sono nato qui” Per […]

Lettera di Paolo Parisi a Repubblica alla rubrica di Concita De Gregorio :Invece Concita

Il Tema è l’emigrazione
Di cosa parlate quando dite “sono nato qui”

Per Paolo la scelta di restare in Italia non ha a che vedere col dove si è nati

Grazie a Paolo Perini che scrive da Primolano, Cismon del Grappa, Vicenza

Non cessano di arrivare lettere di persone che partono, restano, tornano in Italia e spiegano le loro ragioni. Qualche settimana fa abbiamo dedicato una puntata di ‘Cactus. Basta poca acqua’, su Radio Capital, al comportamento ricorrente che mi pare di registrare: mentre molti nipoti tornano (nelle case e ai mestieri dei nonni) aumentano i ‘nonni in fuga’ che espatriano verso paesi meno costosi, dove vivere meglio con la pensione.
Quella di Paolo è un’opinione ricorrente.

“Cara Concita. In questa tua rubrica ricca di sentimenti, di incertezze, di speranze, di dolori e che non contiene insulti o di imprecazioni anche da parte di chi magari ne avrebbe diritto (al giorno d’oggi è cosa frequente, forse per chi lo fa confortevole), leggo spesso di persone – soprattutto giovani – che raccontano la loro storia e spiegano di non volere lasciare l’Italia perché ‘sono nato qui’. Tale motivazione mi suona tra le più incomprensibili che si possano addurre”.

“Io non vorrei lasciare l’Italia perché ho qui la mia morosa, il mio compagno, i miei figli, i miei genitori, i miei amici. Non vorrei lasciarla perché il nostro Paese è un concentrato di bellezza, d’arte, di storia, di mare, di montagne. Io non vorrei lasciare l’Italia perché – agli occhi di chi sa ben vedere – vi sono un sacco di opportunità. Le quali, magari, non coincidono con le nostre aspettative, con il nostro curriculum, con la strada che abbiamo già iniziato, ma mi aspetterei quella flessibilità, quella voglia di avventura da chi è a suo agio nelle nuove tecnologie, nelle nuove mode, nei social. Siamo o non siamo iperconnessi e multitasking? Cosa c’è di meglio che cominciare una strada e poi scoprirne un’altra?”.

“E poi il fatto di essere nati qui è solo una fortuita coincidenza: tra i miliardi di persone che popolano la terra noi avevamo meno dello 0,1% di probabilità di nascere in Italia. Ecco: io non farei dipendere la mia vita e il mio futuro da un ‘gratta e nasci’. I nostri nonni o bisnonni sono emigrati per un unico motivo: trovare lavoro. E l’hanno fatto in condizioni ben più complicate e povere di come lo possiamo fare oggi, in questo mondo globalizzato. Non conoscevano una parola d’inglese, lingua che oggi usiamo anche quando non è necessario. E a quei tempi ‘andare all’estero’ significava andare davvero allo sbaraglio, in terre sconosciute: New York non si sapeva dove si trovasse, era lontana settimane di navigazione precaria con un biglietto di sola andata”.

“La paura conteneva consapevolezza e coraggio. Non vorrei che il volere rimanere in Italia mascherasse solo la mancanza di queste virtù a favore della ‘comodità’, che non considero in alcun modo una condizione utile né tantomeno un obiettivo da raggiungere. Anzi: rimanere dove stiamo impedisce l’allargamento degli orizzonti, dell’esperienza, la contaminazione. Ci impedisce di crescere. In un’epoca proiettata al ‘virtuale’, rimane poco di ‘virtuoso’, e la famigerata fuga di cervelli è semplicemente una ricerca di se stessi, un investimento di energie. Questa è la mia opinione: benedetto il canto anarchico ‘nostra patria è il mondo intero, nostra legge la libertà…’”.

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